La monaca di Monza
In scenaDomenica 15 marzo 2020 – ore 21.00
RegiaValter Malosti
Interpreti principaliFederica Fracassi e Vincenzo Giordano, Giulia Mazzarino
CompagniaTeatro Franco Parenti / TPE - Teatro Piemonte Europa Centro Teatrale Bresciano / Teatro di Dioniso con il sostegno dell’Associazione Giovanni Testori
Notedi Giovanni Testori adattamento e regia Valter Malosti con Federica Fracassi e Vincenzo Giordano, Giulia Mazzarino scene e luci Nicolas Bovey costumi Gianluca Sbicca cura del movimento Marco Angelilli progetto sonoro Valter Malosti suono e programmazione luci Fabio Cinicola Teatro Franco Parenti / TPE - Teatro Piemonte Europa Centro Teatrale Bresciano / Teatro di Dioniso con il sostegno dell’Associazione Giovanni Testori
Descrizione«Credo che pochi artisti italiani portino nella propria figura le stimmate dell’ “artista moderno” come Giovanni Testori - osservava Piero Citati nel 1971 - Il suo bisogno fatale di andare oltre, sempre più avanti e lontano, dove nessuno possa sostare con lui: il suo disperato desiderio di conoscere il peccato, la dannazione, il rimorso e il delirio; e la fredda volontà di costruirsi, giorno per giorno, ora per ora, libro per libro, un destino tragico, cosa più moderno di questo?». In Testori Marianna De Leyva è una sorta di revenant che strappa se stessa, fantoccio di carta, dalla storia. La parola si fa carne (“verbum carnis factum est”), rimette insieme le sue “ossa maledette” per dar vita ad una blasfema eppur umanissima resurrezione. La tragica vicenda della protagonista prende forma con un andamento temporale distopico, come in soggettiva cinematografica, addirittura fin da dentro il ventre materno, dal concepimento, dall’atto brutale del padre padrone, passando per gli opifici e le fabbriche e le macchine e le benne della Monza e della Milano degli anni sessanta, fino a rivivere il disperato amore, che è il cuore pulsante del testo, per Gian Paolo Osio vero e proprio eroe nero, sconcio e sanguinario che finirà i suoi giorni barbaramente trucidato. L’operazione drammaturgica, e di regia, è volta alla radicale scarnificazione del testo, lasciando da parte quel sentore vagamente “pirandelliano” che si annusa nel testo completo, lasciando che l’andamento da feroce confessione, sviluppata in un dialogo apparente con l’inquisitore, si trasformi in quello che il nucleo del testo in realtà è, e cioè un atto violentemente ed eminentemente poetico, già lì ad esprimere una condizione “germinale” del teatro come prova “religiosa”, “immobile”, “lacerante e senz’esiti”, come ha scritto Barbara Zandrino, una interrogazione spinta fino alla blasfema chiamata in giudizio di Dio, con furioso slancio eretico, per aver voluto così la creazione.

 

 

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